AFFRONTARE L’AVVERSARIO CON CORAGGIO: IL CONCETTO DI “GARRA CHARRUA”

Se ci chiedessimo quale aspetto della nostra mente possiamo utilizzare a vantaggio della prestazione sportiva, quale elemento cognitivo possiamo usare per raggiungere – ad esempio – il pallone prima dell’avversario e magari tirare in porta, sono convinto che ci orienteremmo sui temi della motivazione, della grinta, della voglia di affermarsi eccetera.
Stiamo quindi parlando di un concetto che ricade in pieno nella dimensione agonistica, della sana e sportiva cattiveria, dello spirito combattivo che è proprio di tutti gli sport, la cui presenza – senza paura della banalizzazione – la consideriamo determinante nel raggiungere la vittoria mentre la sua assenza la consideriamo un fattore che favorisce la sconfitta.
Semplificando molto dico che l’agonismo è un elemento mentale.
Un po’ più complesso appare comprendere quali atleti (nel nostro caso calciatori) abbiano una dimensione agonistica più sviluppata rispetto ad altri atleti. Tale valutazione è davvero complicata e la lasciamo ai tecnici e agli esperti.
In questa sede trovo interessante proporre una riflessione sullo spirito combattivo presente nel gioco del calcio, il quale è meravigliosamente rappresentato dal concetto sudamericano di “Garra Charrua”. Per la precisione è un concetto uruguaiano che ha fatto nascere il detto utilizzato da molti secondo il quale <<…se l’Inghilterra è la madre del calcio, l’Uruguay è il padre>>. Il termine non è di facile traduzione: somiglia alla grinta e alla determinazione ma è qualcosa di più, è una combinazione di voglia di vincere e di non arrendersi, una specie di “ingrediente” segreto e inimitabile.
Stiamo parlando di un’attitudine che porta i giocatori a dare tutto, anima e corpo, sempre, fino all’ultimo istante, sapendo bene che non è mai finita finché l’arbitro non decreta la fine della partita.
Anticipo la domanda di qualcuno: si può insegnare o far sviluppare la Garra Charrua ad un calciatore?
La mia opinione è no. O ce l’hai e allora l’allenamento e i tecnici te la fanno sviluppare, oppure niente…
Come detto, il mito della Garra Charrua ci conduce in Uruguay, nazione della quale Jorge Valdano dice che “ è uno di quei Paesi dove dovrebbero mettere delle porte di calcio alle frontiere. L’Uruguay altro non è che un gran campo di football con l’aggiunta di alcune presenze accidentali: alberi, mucche, strade, edifici…. Hanno tredici abitanti e undici sono calciatori professionisti”.
Io aggiungo che è una nazione piccolissima, con poco più di tre milioni di abitanti, concentrati quasi tutti nella capitale Montevideo, è praticamente grande come la Toscana, eppure in campo calcistico ha vinto due Mondiali e due Olimpiadi. Nel corso dei decenni, l’Uruguay è stato in grado di promuovere una quantità significativa di giocatori che hanno scritto pagine importanti della storia del calcio. Basti pensare ad Alcides Ghiggia (l’uomo che fece piangere tutto il Brasile nel 1950 con il gol in Finale al Maracanà), Alberto Schiaffino, Enzo Francescoli e gli attuali Diego Godìn, Edinson Cavani, Luis Suarez.
Cosa vuol dire Garra Charrua?
Garra si traduce come “artiglio” e richiama il concetto di zampata vincente, che uccide l’avversario.
Il termine Charrua invece si rifà alla tribù di indios precolombiani che vivevano sulle sponde del Rio della Plata, i quali riuscirono ad opporsi per lungo tempo, combattendo con orgoglio, onore e coraggio, alle prevaricazioni colonialiste; questo termine ha acquisito nella storia connotazioni di fierezza, di orgoglio, di dignità, di forza e di voglia di combattere nonostante un destino che sembra essere già scritto.
Le caratteristiche della Garra si individuano nell’impegno fisico, nello sforzo caratteriale e nel coinvolgimento emotivo. Possiede la Garra chi dà il meglio di sé nelle situazioni “Vivi o Muori”, chi non indietreggia mai, chi lotta con “le unghie e con i denti” fino all’ultimo respiro.
Proviamo quindi a connotare il concetto di Garra + Charrua con la presenza nel calciatore di rabbia, impegno, determinazione, sacrificio e grande intensità.
È una combinazione di tenacia e coraggio, non come valori assoluti di per sé ma come rimedio alle avversità. Una sorta di carburante che rende possibile ciò che sembra impossibile.
Concludo la riflessione citando una frase di Jules Rimet, ideatore del campionato mondiale di calcio, il quale poco dopo il fischio finale di quello che passerà alla storia come Maracanazo (la sconfitta contro ogni pronostico del Brasile contro l’Uruguay nella Finale del 1950) fa comprendere il presupposto di fondo della Garra Charrua: “Nel calcio, giocare bene a volte non basta. Devi anche farlo profondamente, come fa l’Uruguay”.

Psicologo Dott. Fabrizio MASCIOLI

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