Correlazione tra performance mentale e movimento
Collegare aspetti fisici e aspetti mentali nello sport è un concetto ormai plebiscitariamente condiviso sia nella dimensione dello sport agonistico sia in quella dello sport svolto dai professionisti.
Allargando la platea, vale a dire riferendosi ai bambini ed ai ragazzi che praticano sport e contemporaneamente frequentano la scuola, ci si chiede se esista una correlazione tra studio e movimento. Trovo interessante che più di qualche genitore ritenga che praticare un’attività sportiva durante la fase di studio e apprendimento possa condizionare il ragazzo nel rendimento scolastico.
Proviamo a fare una rapida riflessione per inquadrare una risposta a questo legittimo sospetto.
Da un punto di vista strettamente psicologico è piuttosto semplice affermare che si tratta di un mito da sfatare: la prestazione cognitiva in fase di sviluppo è migliore se si fa attività fisica, quindi il movimento può implementare le performance intellettuali degli studenti. Come arriviamo a tale affermazione?
Citiamo uno studio del 2018 (quindi recentissimo) svolto dai ricercatori dell’Università statunitense dell’Illinois su un campione numeroso di ragazzi di età compresa tra i 9 e i 10 anni che praticano abitualmente sport e un gruppo di controllo composto da ragazzi della medesima fascia di età che invece non praticano sport. All’indagine è stata data una impostazione neurofisiologica, per cui si sono studiate le aree del cervello dei soggetti che sono stati selezionati. La conclusione a cui si giunge è che l’ippocampo (che è una parte interna del lobo temporale del nostro cervello ed è fondamentale nei processi di memorizzazione) è più sviluppato nel gruppo dei ragazzi che praticano sport rispetto ai compagni sedentari. Nello specifico l’ippocampo dei ragazzi sportivi risulta più esteso di quello dei ragazzi sedentari.
A mio parere questa impostazione neuroscientifica è estremamente importante e ci fa giungere ad una conclusione ovvia: se durante l’infanzia e l’adolescenza facciamo in modo che il corpo sia più attivo anche il cervello e tutte le sue funzioni ne ricavano benefici: le sinapsi dei nostri neuroni non solo vengono potenziate, ma se ne creano di nuove e questo può portare ad un miglioramento nelle prove di memoria e nelle situazioni dove è necessaria una maggiore concentrazione.
Praticare sport, inoltre, grazie alle maggiori occasioni di scambi sociali e alla possibilità di vivere in ambienti che presentano stimoli diversi dai soliti, favorisce maggiore recettività e capacità di adattamento, soprattutto quando si pratica una disciplina di squadra.
Quest’ultimo aspetto porta alla conclusione della mia riflessione e a tale scopo cito uno studio di alcuni psicologi della West Virginia University realizzato nel 2010, in cui è stata evidenziata l’importanza del gioco di squadra per migliorare la qualità della vita.
Quindi l’interrogativo da cui siamo partiti (praticare sport distoglie dallo studio?) lo dobbiamo modificare nella seguente domanda: quale tipo di sport migliora la prestazione cognitiva durante la fase di crescita (infanzia e adolescenza)?
Il mio parere è che – nel rispetto delle differenze e delle attitudini individuali di ciascun ragazzo – tutti gli sport offrono benefici fisici e psichici, tuttavia sul piano dello sviluppo cognitivo è meglio preferire discipline che non affatichino eccessivamente: è importante che siano simmetriche (vale a dire che facciano impiegare contemporaneamente entrambi gli arti ed entrambe le parti – superiore e inferiore – del corpo) e complesse (vale a dire quelle attività in cui i movimenti non siano automatizzati e ripetitivi). Tali caratteristiche fanno convergere l’identikit dello sport ideale nella dimensione di squadra, dove è necessario interagire continuamente con i compagni e fra questi il calcio e il futsal sono sicuramente discipline ottimali.
In effetti anche le attività che prevedono il confronto diretto fra due contendenti (ad esempio judo, karate e scherma) sono caratterizzate da gesti tecnici e dinamiche in grado di stimolare specifiche aree cognitive, mentre le attività più individuali quali la maratona e il nuoto, pur essendo molto educative – in quanto esaltano qualità come la concentrazione e la resistenza alla fatica- dal punto di vista dello sviluppo cognitivo sono poco utili.
Psicologo Dott. Fabrizio MASCIOLI

